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Dal microbiota una cura per il diabete di tipo 1?

Il microbiota, agli occhi degli scienziati, si sta rivelando un pozzo di San Patrizio, una riserva di ricchezze per la pratica clinica.

Lo è per il diabete di tipo 1, la cui incidenza è in aumento in tutto il mondo.
In Italia sono circa 300 mila le persone con tale forma di diabete, che più spesso esordisce durante l’infanzia e l’adolescenza e che richiede come terapia l’insulina, con iniezioni multiple vita natural durante. Il pancreas, la fucina dell’insulina, l’ormone che provvede a tenere a bada le impennate del glucosio nel sangue, a un certo punto dà forfait. Accade perché nell’organismo ha luogo una reazione autoimmunitaria che porta sia all’infiammazione sia alla distruzione delle cellule chiamate beta dei cosiddetti isolotti pancreratici, i siti anatomici che sfornano l’ormone abbassa-zuccheri.

Rapporto tra microbiota e malattie autoimmuni
Già: per cause ancora sconosciute, l’esercito immunitario comincia a sparare all’impazzata contro bersagli biologici amici, quali, per l’appunto, quelli pancreatici. E un intrigante filone di ricerca ha ormai puntato l’attenzione verso il microbiota: questo straordinario bio-patrimonio residente nel canale intestinale, che accoglie da 500 a 1000 diverse specie batteriche, pare proprio fortemente interconnesso con la genesi del diabete di tipo 1. A tal punto che di recente è stato varato all’ospedale San Raffaele di Milano, finanziato dal Ministero della Salute, un nuovo studio per fotografare con accuratezza la relazione tra microbiota e malattie autoimmunitarie, qual è il diabete giovanile.

Uno studio tutto italiano per fare chiarezza
Il punto è sostanzialmente questo: il diabete di tipo 1 è un disordine che porta l’organismo ad aggredire i suoi stessi tessuti, innescato da motivi sia genetici, sia ambientali. Negli ultimi decenni, il mondo della ricerca ha avuto modo di perfezionare le conoscenze per quanto riguarda i fattori di rischio legati al patrimonio genetico individuale (sono stati identificati più di 50 geni capaci di renderci suscettibili alla malattia). Ma la genetica da sola non è sufficiente a spiegare perché la prevalenza del diabete di tipo 1 aumenti a un tasso variabile dal 3% al 5% all’anno, se si considera che l’assetto genetico nella popolazione è tutto sommato relativamente stabile.
Ecco allora il punto di svolta: evidentemente c’entrano eccome i fattori ambientali. E la salvaguardia del microbiota svetta in prima linea.
Come ha rimarcato uno studio, la nostra flora batterica e la schiera dei prodotti metabolici che elabora (nella fattispecie, gli SCFA, gli acidi grassi a catena corta) sono essenziali per garantire l’integrità della barriera intestinale e l’omeostasi immunitaria. E le prove finora accumulate che cosa hanno dimostrato? Che la disbiosi, la disarmonia in seno al microbiota intestinale, aumenta la predisposizione personale nei confronti del diabete di tipo 1.
In estrema sintesi, s’è visto, tanto nell’essere umano quanto negli animali, che una ridotta diversità del microbiota intestinale è accertabile prima dell’insorgenza della malattia e resta dopo la diagnosi di diabete. Allora potrebbe giocare, il nostro prezioso microbiota, un ruolo chiave nella prevenzione delle malattie autoimmuni? Punterà a formulare una risposta il gruppo di ricerca capitanato da Marika Falcone del San Raffaele: già da diversi anni è impegnato a studiare l’influenza che l’habitat intestinale modulato dal microbiota esercita nelle malattie autoimmunitarie (tra cui il diabete di tipo 1). 

Prevenire la disbiosi intestinale
È stato il suo team di ricercatori ad aver pubblicato nel 2019, sulla rivista scientifica Proceedings of the National Academy of Sciences, un fondamentale contributo: in un modello sperimentale animale (sui roditori), che simula le condizioni dei pazienti a rischio di sviluppare il diabete di tipo 1, gli studiosi italiani hanno dimostrato come l’infiammazione intestinale e la conseguente perdita dell’integrità di barriera siano sufficienti per attivare il sistema immunitario e scatenare la malattia.
«Quando la barriera intestinale è compromessa da uno stato infiammatorio, il microbiota entra in contatto diretto con il sistema immunitario alterandone le funzioni», spiega Falcone. Se l’intestino è in preda a un incendio biologico (in seguito, per esempio, a una dieta raffinata e straricca di grassi o a un deterioramento del nostro microbiota), si assiste a una perversa attivazione dei soldati del reparto immunitario, che dall’intestino migrano nel pancreas dove creano sconquassi nelle isole cellulari produttrici di insulina.
Obiettivo della nuova ricerca è adesso quello di dimostrare che un simile meccanismo si verifica pure nell’uomo, analizzando e confrontando il microbiota e il grado d’infiammazione intestinale nei soggetti con diabete di tipo 1 e negli individui sani. La mission finale è chiara e promettente. Di più: rivoluzionaria. Perché preservare una barriera intestinale sana, attraverso la modulazione della dieta e delle popolazioni batteriche nell’intestino, potrebbe rappresentare una strategia per prevenire il diabete di tipo 1 nelle persone fortemente a rischio.

Redazione Nutrivel